martedì, 10 novembre 2009
Il Medioevo Ellenico:

Come abbiamo detto, dopo quel secolo fatidico (1200 a.C.), probabilmente a causa dei popoli del mare, i micenei come civiltà scomparvero dalla faccia della terra. Si potrà mai immaginare che a scomparire sia stato ogni singolo miceneo? È il volto della Grecia ad essersi trasformato, adesso non vi è più una predominanza da parte di una cultura rispetto ad un'altra. La Grecia in questo periodo si chiude praticamente in se stessa ritornando a stili di vita antiquati.
Pare che la conformazione del territorio prevalentemente montuoso abbia reso difficoltoso uno sviluppo dopo quella disfatta. Le antiche città scomparvero, la popolazione diminuì tantissimo e la restante si raccolse in agglomerati indipendenti uno dagli altri. Tre erano le stirpi che potevano ammirarsi adesso in terra greca, i dori, gli ioni e gli eoli.

I dori: Essi erano per lo più insediati nel territorio spartano, ma anche Corinto ed Argo. Altre popolazioni doriche avevano insediamenti al nord della Grecia, ma erano praticamente tagliati fuori da un possibile sviluppo, arretrati culturalmente e con forme economiche agro-pastorali.
Gli ioni: Essi erano stanziati lungo le coste dell'Asia Minore, nel territorio chiamato Ionia. E ad essi appartenevano gli abitanti dell'Attica la cui capitale era Atene che in futuro sarebbe diventata la città più importante della Grecia.
Gli eoli: Popolavano le isole del mar egeo, in particolare Lesbo. Gli abitanti della Beozia erano di stirpe eolica la cui capitale era tebe.

L'interò decadimento greco durerà all'incirca 400 anni, in questo periodo che va dal 1200 a.C all'800 l'alfabetizzazione non perdura, anzi scompare per l'inutilità che essa adesso rappresentava. La da poco adottata scrittura fenicia scompare ed insieme ad essa gli scribi. Le parole magari non rendono abbastanza il nuovo clima venutosi a creare, ma immaginate un mondo che ha conosciuto il massimo splendore e subito dopo un altro dove nemmeno più la scrittura aveva un'utilità.
--L'entità dell'ondata d'emigrazione dei popoli del mare del 1200 a.C sembra doversi considerare imponente, importante. I popoli del mare hanno posto fine ad un epoca coinvolgendo più regni, essi sono al culmine di ogni popolazione finora trattata. La cosa veramente strana è che non se ne parla assolutamente con termini certi, qualcosa successe, ma cosa? Che tutto possa essere ricondotto ad una sovrappopolazione che i granai del mondo non riuscirono a gestire? Un marasma umano ed un gettarsi via mare di popoli in cerca di salvezza?
Questo libro non ne tratta direttamente, è implicito e lo si potrebbe solo intuire senza conferme. Effettivamente i popoli del mare vengono trattati in questa fonte storica, da cui attingo le mie notizie, come Odisseo nella telemachia all'interno dell'Odissea: se ne parla, ma non si interroga direttamente (in questo caso non per mancanza di fonti, ma è l'intreccio adottato da Omero. Più che altro ponevo l'esempio di come si riesca a trarne informazioni da qualcosa di implicito, alle volte con un margine di errore molto basso). Tornando ai popoli del mare non ci sono proprio le fonti a portata degli storici per farsene un'idea sicura. Si pensa che i popoli del mare fossero composti da popoli indoeuropei e libici, si rigettarono in massa in mare e ovunque giungessero posero fine ai popoli regnanti (tranne per l'Egitto che riusci a resistere a tale ondata, pur se subì comunque una ferita che lo avrebbe portato ad una morte lenta--
Questa definizione “Medioevo Ellenico” è perciò dovuta alla scomparsa della scrittura e alle sue conseguenze, infatti gli unici reperti a testimoniare questi 4 secoli bui sono reperti archeologici e nessun documento. Come fu per la preistoria il tipo di indagine che lo storico deve applicare non si fonda sulla, nella peggiore delle ipotesi, interpretazione di strani geroglifici, ma studiandone i reperti ed individuandone utilizzi ed ipotizzandone la più pertinente ricostruzione.
Al contrario non si deve pensare che in quest'epoca buia successero strani avvenimenti, ma che tutto al contrario i popoli vivevano con una forma di organizzazione antiquata né più e né meno.

Omero e l'importanza dei suoi poemi:

In questi 4 secoli a tramandare la cultura e qualche traccia storica da generazione in generazione furono gli aedi ovvero i cantori come lo era ad esempio Omero, un personaggio che si suppone non fosse mai esistito, ma di cui al contempo mi pare di non ricavarne nessuna affermazione certa, a tutta probabilità lo si ritiene tale. Il ruolo dell'aedo era di invocare tramite l'ispirazione di una musa il canto da rivolgere al suo pubblico, esso era strutturato in modo tale che potesse facilitare l'organizzazione e l'evocazione mnemonica del cantore. I temi trattati si presentano infatti in parti uniche ed in temi formulari che possono ripetersi lungo il canto intero ognuno dei quali si occupa di determinate situazioni come potrebbe ad esempio esserlo il tema dell'ospitalità, le aristie degli eroi, il concilio degli dei ed altro ancora. L'epica omerica essendo un documento scritto in un periodo post-medioevo ellenico e narrante situazione degli ormai, per essi stessi, antichi popoli micenei, fa presumere, dal modo in cui i canti descrivono determinati elementi, che tanti appartengono all'epoca contemporanea  in cui l'aedo narra le vicende. L'aedo dunque immagina l'antico popolo miceneo attraverso la concezione che ha del proprio presente, l'anacronismo è però utile affinché si possa ricostruire il periodo Omerico piuttosto che quello miceneo. In ogni caso i canti omerici si riferiscono ai tempi micenei e narrano le gesta di grandi eroi e le vicende degli dei dell'olimpo.
I canti degli aedi hanno una funzione prettamente didattica, sono i canti a tramandare, ad educare le nuove generazioni. Vi sono infatti dei comportamenti modello nei canti epici e tramite essi si identificano certi modelli positivi da perseguire da certi altri negativi da evitare. Determinati personaggi e vicende sono infatti emblematiche e distinguono chiaramente ciò che è morale da ciò che non lo è.

La società implicita in Omero:

L'etica competitiva è ciò che contraddistingue la vita dei personaggi omerici. Ogni eroe è votato alla ricerca dell'onore (in greco timè) che raggiunge dimostrando il suo valore in battaglia. L'intera società è infatti fondata su valori che ruotano attorno a determinati valori. Chi subisce un torto deve ad esempio vendicarsi in quanto è un dovere sociale e se non ci si vendica il resto del popolo applica automaticamente una sanzione a suo svantaggio.
Al popolo spettava il controllo sociale, un episodio è verificabile sul testo dell'Iliade che vede fronteggiarsi Paride e Menelao. Paride in questo episodio non sembra vantare un'iniziativa battagliera nei confronti di Menelao che al contrario lo sovrasta sin tanto che Menelao è tratto in salvo dalla dea Afrodite. Effettivamente il libro porta questo esempio senza trarne la conclusione.  Proverò a farne una autonomamente, pur se nell'episodio che vede i duellanti Paride e Menelao fronteggiarsi non c'è nessun accenno al giudizio sociale nei suoi confronti si denota dal testo che Alessandro (Paride) non ha di certo combattuto l'incontro in modo ammirevole, ma anzi è subito divenuto preda dell'altro. L'incontro non si concluderà per via dell'intervento di Afrodite che attraverso una nube lo trascina via. Si potrebbe dedurne che un comportamento simile pregiudica l'opinione pubblica.
Il rispetto da parte dell'opinione pubblica è di fondamentale importanza per la civiltà omerica. L'uomo è spinto a non macchiarsi mai di nessun atteggiamento che possa fargli perdere in qualunque modo la stima da parte degli altri, sarebbe una vera e propria macchia indelebile che ne rovinerebbe l'intera vita.

La cultura della vergogna:

I moderni antropologi definiscono la civiltà omerica la “cultura della vergogna”. Essa non era caratterizzata da una società il cui rispetto delle regole viene determinato dai divieti e dalla colpa derivante dalla trasgressione come lo è quella moderna, a sua volta definita “cultura delle colpe”.
Nelle culture della vergogna non si impongono divieti, ma si propongono modelli positivi di comportamento. La vergogna colpiva chi non riusciva ad essere un eroe, una donna che non era virtuosa, un figlio non devoto, ed era espressa dalla parola aidòs.
Vi è una scena che descrive ancor meglio di quella di Menelao e Paride cosa può significare o a che decisioni può far approdare un uomo il tema della vergogna, è l'esempio di Ettore ed Achille che si sfidano in un duello che segna le conclusioni delle dispute tra Achei e Troiani e quindi la conclusione dell'Iliade; Ettore in un primo momento, trovandosi di fronte l'inferocito Achille indietreggia, <<non riesce a sostenere il suo assalto>>, gira più volte intorno alla rocca di re Priamo sfuggendo ad Achille, sa che se continua a sfuggirgli la vergogna di fronte all'intera sua gente sarebbe stata fortissima. Egli deciderà di affrontare Achille. Conosciamo il resto della storia.
Il controllo sociale ha il potere di condizionare gli impulsi personali di un individuo, tanta è la sua forza.

Gli dei e gli eroi omerici:

Nei poemi omerici gli dei svolgono gli stessi ruoli degli umani, anch'essi si coinvolgono sentimentalmente pur avendo un'immortalità che dovrebbe enormemente contraddistinguerli dalla peculiare, misera, natura umana destinata a finire. Non per niente, in diverse occasioni, quando gli dei sembrano assumere atteggiamenti umani (ad esempio uno Zeus che minaccia la moglie Era di alzarle le mani se avesse continuato a mettere muso sulle questioni tra lui e la ninfa Teti in un episodio che riguarda la collera di Achille derubato da parte di Agamennone della propria donna Briseide “conosciuta anche come Ippodamia”) le scene sembrano assumere caratteri caricaturali avvertibili benissimo da parte del lettore.
Gli dei all'interno dei poemi omerici hanno la funzione di innescare l'azione degli uomini, “glielo mettono in cuore” affinché essi agiscano. Tante volte a seconda di chi patteggia un dio può falsamente incoraggiarlo a fare qualcosa di dannoso verso se stesso, ad esempio Atena che inganna Ettore al momento decisivo della battaglia contro Achille. Non sono necessariamente malvagi, il più delle volte sono gli uomini stessi a commettere empietà e poi danno la colpa agli dei. Proprio tramite questa riflessione si apre l'Odissea. Di un lamento di Atena al padre Zeus che secondo la figlia non vuol aiutrare il povero Odisseo trattenuto ad Ogigia, mentre è Poseidone a serbare rancore nei confronti dell'itacese. Eppure è egli stesso, Odisseo, ad aver commesso empietà, e adesso ad Ogigia piange la famiglia distante.

Il culto degli dei e degli eroi omerici:

Gli uomini quando chiedono l'intervento degli dei li invocano offrendo loro l'ecatombe, il fumo delle carni e dei grassi arrostiti sono destinati agli dei, le carni le consumano gli uomini.
Ancor prima degli dei era però la venerazione degli eroi ad infiammare i cuori della gente. Per essi venivano costruiti  altari. Effettivamente il testo distingue nettamente gli eroi che vengono definiti fantasiosi, ovvero quelli trattati ad esempio nei poemi omerici, e quelli appartenenti alla vita reale. Mai ho colto se almeno una parte o nessuno degli eroi omerici fosse realmente esistito.
(Quel che però ho letto e che riguarda il tedesco Heinrich Schliemann ha smosso in me qualche interrogativo. Basandosi sulle indicazioni geografiche presenti nell'Iliade riesce a trovare le rovine di Ilio. Ebbene, qui egli vi trova una maschera che suppone fosse il volto di Agamennone. Il fatto che si faccia tale precisazione non sottintende che pur appartenendo ad Agamennone non sia la rappresentazione di qualcosa di appartenente alla fantasia dei canti omerici. Non avendo tratto nessun altra informazione a riguardo ciò che si riesce ad intuire è che da un lato si definiscono tutti gli eroi omerici di pura fantasia, quindi compreso Agamennone, dall'altro Schliemann definisce la maschera appartenente ad Agamennone, ma i testi a mia disposizione non dicono niente di più. Non si chiarisce se tale constatazione fa riferimento al vero Agamennone, cioè alla possibilità che sia davvero esistito o al fantastico Agamennone).
In onore degli eroi morti, veri o di fantasia, i greci avevano un rituale particolare, diverso da quello riservato agli dei. Essi scavavano delle buche e vi facevano colare dentro il sangue degli animali sgozzati per consentire ai fantasmi di nutrirsi e rinvigorirsi.

La Psiche:

Secondo la concezione greca l'uomo si compone in due parti, il corpo mortale e la psiche immortale. Essa come vapore fuoriesce dalla bocca dell'uomo per continuare un'esistenza vana e infelice nell'Ade, il regno dei morti. La psiche che si distacca dal corpo ricompare ai viventi come sogno o fantasma. Talvolta l'ombra del morto comunicava ai vivi in un sogno. Il sogno nella civiltà greca arcaica non è una manifestazione della mente, è qualcosa di oggettivo e di concreto. Esso è la prova dell'esistenza della vita oltre la morte. Nei secoli successivi il concetto di psiche assumerà caratteri più elaborati e si approderà all'idea dell'anima. Il corpo, secondo il principio della filosofia orfica è la tomba dell'anima.

Organizzazione politica e sociale:

Torniamo allo scenario che vede il decadimento miceneo e il piombare dei greci in un'epoca di arretratezza, il medioevo ellenico. Assistiamo ad un disfacimento di ogni forma di potere e di organizzazione. Tre agglomerati fondamentali costituiti dai dori, ioni ed eoli vivono ognuno raggruppato in diverse zone della Grecia. La scrittura scompare e si pratica una vita di sostentamento agricolo.
In questo periodo, grazie anche ai poemi omerici, sappiamo che la perdita della monarchia favorisce il prevalere dell'aristocrazia. Ne sono esempi la scena (in l'Iliade) in cui Agamennone (sovrano miceneo) deve chiedere l'aiuto di Calcante riguardo alla pestilenza che grava alle concave navi achee, o nella contesa tra lui ed Achille, ma anche quando mette alla prova gli Achei sotto suggerimento del sogno divino inviatogli da Zeus. Nell'Odissea il figlio di Odisseo, Telemaco, si vede la propria casa assediata dai Proci, pretendenti della madre Penelope. Queste scene sono uno squarcio di cosa il decadimento significasse, la disfatta di un potere assoluto.

Basiléus e gherousia:

Il Basiléus aveva due funzioni fondamentali: il comando militare e il potere di risolvere controversie interne al gruppo. Essi venivano assecondati dalla gherousìa, il consiglio degli anziani.
Questi ultimi potevano rappresentare la comunità nelle ambascerie internazionali ed avevano anche  la funzione di controllare che la vendetta privata seguisse il giusto seguito. Tale vendetta si ricorda fa proprio riferimento alla tipica cultura della vergogna greca. Chi subiva un torto e voleva mantenere una certa dignità doveva compiere la vendetta. La nuova regola prevedeva che chi subisse un torto, anziché vendicarsi, poteva accettare un'ammenda pecuniaria detta poiné (da cui deriva la parola “pena”). Colui che oltre ad accettare la pena compiva vendetta veniva deferito al consiglio degli anziani.
Oltre ai basiléis ed ai gherousìa si afferma l'assemblea popolare (in Omero l'agorà) che riuniva tutto il popolo e dove si discuteva di questioni di interesse pubblico pur se non aveva nessuna influenza politica.  Essendo costituita dal popolo, il demos, essa era totalmente subordinata rispetto agli aristocratici.
Eppure la stessa assemblea che adesso non presenta un'importanza rilevante con l'avvento delle poleis diventerà determinante.

Economia, guerra e rapporti sociali:

Ogni comunità (òikos) formatasi all'interno del territorio greco era autonoma ed autarchica. Essi producevano i beni necessari alla continuazione della vita, come abbiamo detto grazie ad attività soprattutto agro-pastorali ed in minor numero artigianali. Con tutto ciò essi non potevano di certo procurarsi beni come i metalli né tutto ciò che non era reperibile nel loro territorio.
La guerra e la razzia sarà quindi periodica in territorio straniero. Tra i vari territori non vigeva però l'anarchia più totale, decisamente qualche popolo deve essersi legato a qualcun altro per contare su un supporto reciproco. In questo ambito possiamo far rientrare il tema dell'ospitalità presente in molti episodi dei poemi omerici. Essa era sacra.
Dati questi legami a reggerne l'armonia erano delle regole <<internazionali>>, chi si recava all'estero chiedeva ospitalità <<xenìa>>. Succede che l'ospitalità prevede una serie di rituali   suddivisibili in tre principali categorie.
L'accoglienza: Il padrone di casa ospita chi attende alla porta che viene fatto accomodare in un morbido scrano. Prima ancora che esso riferisca notizie o gli si pongano domande è cortesia, consacrata dagli dei, offrirgli un pasto e da bere. L'ospite viene successivamente lavato dalle ancelle ed unto con oli e gli vengono donate nuove vesti. Ci si liba e si offre un sacrificio agli dei.
La convivialità:  Si allestisce un banchetto in onore dell'ospite. Gli si imbandiscono copiose vivande se si tratta di un re, il più grasso animale posseduto se esso è un servo. Al banchetto partecipa l'aedo che con il suo canto allieta gli animi, vi sono danze e giochi. È a questo punto che segue il racconto tra ospite e ospitante. Solitamente hanno più spazio i racconti di chi  ospita (ad esempio nell'Odissea Menelao nei confronti di Telemaco, quest'ultimo giunto in casa sua per chiedere notizie del padre disperso, avrà tutto un dire) o dell'ospite (è il caso di Odisseo che con i racconti delle sue peripezie ammalia la corte di Alcinoo).
Il commiato: In questa fase del “rituale” ci si congeda (bisogna considerarlo più un costume di un rituale, non credo si svolgesse tutto in modo artificioso. Era un'usanza, come sono le nostre abitudini moderne, lo erano anche queste raccontate, con la differenza che il nostro mondo laico allenta tantissimo la rigorosità pretesa da quei tempi antichi, vogliamo considerarlo un bene o un male. Essi dipendevano molto dalla religiosità, come anche dalla cultura basata sulla vergogna. Gli dei punivano chi non rispettava l'ospitalità. Se l'ospite era un supplice esso era protetto da Zeus, non aiutandolo si commetteva empietà. Essendo, come abbiamo detto, i canti aedici a scopo anche didattico, essi, ricordando la funzione emblematica già svolta da alcuni personaggi, attraverso anche i temi dell'ospitalità, accettata e negata, riuscivano a loro volta ad evidenziare la distinzione tra ciò che fosse morale da ciò che non lo era. Infatti a negare l'ospitalità sono sempre popoli barbari e incivili. Polifemo e i Lestrìgoni ne sono un esempio).
Il commiato prevede lo scambio di doni, suggello del vincolo che così si è creato. I doni possono essere metalli preziosi, talenti, vestiari, armi, oggetti di valore, o utensili artistici come lebeti oppure coppe e crateri.
Sancito il legame di ospitalità colui che è stato ospitato sarà a sua volta tenuto a rendere accoglienza. Un caso che descrive bene l'importanza del tema dell'ospitalità è descritta in una scena dell'Iliade in cui due contendenti, l'acheo Diomede e il licio Glauco (patteggiante per i troiani) interrompono il loro duello non appena si riconoscono e ricordano che i loro genitori in passato sancirono il patto di ospitalità. Tale è l'importanza di tale costume che essi possono scambiarsi le armi ed interrompere il combattimento senza che nessuno possa intervenire e senza che venissero giudicati (ad esempio dalla gherousia).
Restituire il dono era thémis, una consuetudine quale non si poteva derogare ed era doppiamente vincolante. Da ciò, vista da un'ottica totale si può intuire quale tessuto di rapporti internazionali si fosse creato. Come l'attività neuronale che risponde a molti impulsi così i villaggi prima isolati del tutto cominciano a stringere rapporti con i villaggi circostanti. Ben presto si arriverà alla fondazione della polìs.
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categoria:medioevo ellenico
lunedì, 02 novembre 2009
Cretesi:

Un'isola al centro del mar Egeo presenta una storia dell'uomo riconducibile all'età neolitica. Non so bene se qui gli uomini vi arrivarono via mare dalle terre circostanti con quelle che furono le prime imbarcazioni, non ho trovato fonti a confermarlo. Potremmo ipotizzare che vi si trovassero in considerazione dell'unione dell'isola al grande continente in epoche remote, un geologo probabilmente avrebbe molto da ridire riguardo a questa mia improvvisata teoria; soprattutto ignoro se l'isola di Creta più che distaccarsi da una porzione di continente non sia piuttosto di conformazione lavica; ancor prima di valutare queste improbabili spiegazioni è forse meglio ritenere che il tempo che impiega una porzione di terra a distaccarsi in modo netto da un continente superi di gran lunga i 3-4 milioni di anni, ovvero, se contati a ritroso, Era a cui risalgono i primi discendenti dell'uomo, gli Australopithecus Afarensis. Prima o poi cercherò di avere una conferma definitiva, per il momento, a quanto pare, l'unica ipotesi verosimile è il loro giungere attraverso il mare con quelle che furono le prime imbarcazioni dell'età neolitica. Nel dubbio ci basta sapere che in certe caverne di quest'isola alcuni ritrovamenti archeologici fanno supporre proprio ad un'origine neolitica del popolo cretese, popolo che andremo affrontando non preistoricamente, ma in età più tarda. Attraverso questa introduzione, tengo ad evidenziare, che non ho assolutamente voluto mettere in dubbio l'origine preistorica del popolo cretese sviluppatasi internamente allo stesso territorio, quanto invece la mia insicurezza riguardo a come quei popoli vi si insediarono e di modo da sollevare lo stesso dubbio in voi possibili lettori. Qualcosa ho letto riguardo a migrazioni via mare di popoli in epoca neolitica dalle terre medio-orientali a quelle europee, ciò confermerebbe la parentesi cretese, ma tale fonte non più da me reperibile non mi consente di far nessuna affermazione certa.

Intorno al 2300 a.C iniziò in quest'isola la così definita “fase palaziale”. Molte città sorsero ed i palazzi tipici di questi territori rivelano l'esistenza di una società  non paritaria ed organizzata in una certa maniera che analizzeremo più avanti.

Anche Creta, come tutte le civiltà trattate sino ad ora, rappresenta uno di quei popoli appartenenti ancora alla culla dell'umanità collocabili in quel mondo medio-orientale. Fino ad ora abbiamo trattato, a partire dalla Mesopotamia, tutti quei popoli coinvolti in questo scenario (sumeri, accadi, amorrei, hurriti, cassiti, hittiti, babilonesi, assiri, persiani, medi) poi in Egitto (con gli egiziani, i nubiani, i libici, gli hyksos). Sia in Mesopotamia che in Egitto abbiamo conosciuto gli ebrei, e attraverso queste terre anche (filistei, fenici e siriani). Presto lo scenario seguirà per lungo tempo i greci e ne avremo una prima introduzione adesso con i popoli cretesi e micenei.
  
I cretesi come i fenici erano un popolo del mare, essi navigavano e mercanteggiavano con tutti i territori circostanti, gli egizi li definivano uomini di Keftiu.
Essi, i cretesi, seppero trarre vantaggio dalla loro situazione, vantaggi che derivavano dalla posizione geografica e dal fiorente mercato. Grazie alla talassocrazia essi potevano gestire gli scambi tra i vari popoli, ad esempio furono intermediari fondamentali tra Siria ed Egitto.
Le loro città non avevano mura in quanto non consideravano il pericolo di un possibile attacco, fu una società pacifica.

La lingua cretese a tutt'oggi ci è sconosciuta. Riguardo ai ritrovamenti testuali sono state fatte tre fondamentali distinzioni (ordinabili cronologicamente) le due più vecchie non sono ancora state tradotte.
L'archeologo Athur Evans è colui che è ha studiato e distinto queste tre lingue. La prima scrittura è caratterizzata da geroglifici (disegni diversi da quelli egizi) e le altre due da simboli più schematizzati, definite “lineare”. La scrittura geroglifica cretese risale al 2000-1650 a.C  e documentata dal disco in terracotta di Festo conservato oggi al musei di Heraklion a Creta.


La scrittura intermedia lineare, anche questa non decifrata, viene introdotta intorno al 1750 a.C e fu chiamata da Evans “Lineare-A”
Il terzo tipo “Lineare-B”, secondo Evans comparsa intorno al 1400 a.C, è una scrittura sillabica ed è stata decodificata dall'inglese Michael Ventris. Egli dopo innumerevoli anni di studio scoprì che la Lineare-B nascondeva una lingua greca, ma non quella che i greci adottarono dall'alfabeto fenicio (vedi articolo sui fenici) bensì micenea. Questa scoperta fece riconsiderare ad esempio l'idea che i greci mai giunsero ad avere rapporti con i cretesi. Ma fu soltanto con il glottologo John Chadwick e l'archeologo Charles W. Blegen che se ne ebbe conferma. Dunque a partire dal 1400 a.C i dominatori di Cnosso furono gli stessi greci (provenienti da Micene e Pilo), mentre prima un'ipotesi del genere la si considerava assolutamente inappropriata.
Grazie a queste traduzioni sappiamo ad esempio che molti nomi di piante, frutti e minerali hanno origine cretese (stagno, oro e piombo ad esempio).

Come le tre lingue, possiamo distinguere tre fasi nella civiltà cretese: la fase palaziale, la neopalaziale e micenea. Effettivamente a compitare le tre fasi furono due catastrofi, la prima avvenuta intorno al 1700 a.C. Di essa gli scavi ne indicano una catastrofe di tipo naturale abbastanza potente da aver messo in crisi gli uomini e modificando l'intera fase successiva che non segue fluidamente la storia che la precede. La seconda catastrofe è avvenuta intorno a quell'anno fatidico, il 1200 a.C (anche se il declino cretese, prima dell'avvento dei micenei cominciò già a partire dal 1500 a.C per causa di certi cataclismi avventantisi nel mediterraneo). Nel 1400 a.C i Micenei conquistano i cretesi (o minoici dal nome di Re Minosse) si ha quindi l'inizio della terza fase, interrotta appunto intorno al 1200 a.C da cause ignote (seconda catastrofe), ma ipoteticamente riconducibili ai popoli del mare. I micenei si può dire che scomparvero da Creta e dal resto del mondo, tale catastrofe distrusse i palazzi reali che non risorsero più. Dai documenti egizi non si fa più cenno ai kefti (i cretesi) proprio da questa epoca in poi.

Micenei:


porta dei leoni - Micene

Durante il dominio miceneo vi era un'assenza della proprietà privata e della schiavitù. Il wanax (colui che comanda, dominatore e signore), il lawagetas (comandante d'esercito) e il sacerdote possedevano appezzamenti di terra, il resto del territorio era pubblico e veniva assegnato a seconda delle diverse forme di concessione. Gli scribi erano gli amministratori e quindi i responsabili di questo genere di operazioni riguardante i tributi del territorio.
I micenei arrivarono dunque a Creta in seguito ad un periodo di espansione cominciata intorno al 1400 a.C ed oltre a Creta (conquista più importante), colonizzarono qualche zona del Mediterraneo (Sicilia, Sardegna ed isole Eolie). Ma la vera concentrazione espansionistica si svolse verso oriente. I micenei conquistarono la città di Troia ed è questo un episodio storico narrato epicamente nell'Iliade dall'aedo Omero.
I micenei avevano invece regolari rapporti diplomatici con gli hittiti, da essi venivano chiamati akhinawa (achei) e ne erano temuti.
Infine i micenei furono comunque annientati, allo stesso modo scomparvero i cretesi. Le cause sembrerebbero non confermate e diverse. Come ho già detto si pensa ad un possibile attacco da parte dei popoli del mare, ma si considera anche un attacco dei dori che avrebbero prima distrutto micene e poi si sarebbero espansi in tutto il territorio. Altre ipotesi fanno appello a mutamenti climatici che avrebbero portato a grandi carestie e siccità tra gli uomini. A questo punto della storia si cambia scena, vecchi attori lasciano che a portare avanti lo grande spettacolo siano i nuovi e questo mutamento, questo scambio di parti, sarà definito medioevo ellenico e durerà circa mezzo millennio. Un periodo buio e di decadimento, i più grandi imperi e regni sono scomparsi o sono in procinto di scomparire per sempre, l'allestimento dietro le quinte sta per aprire il sipario sulla nuova facciata della storia dell'uomo.

Arte:
Durante la fase palaziale nacque una nuova forma d'arte detta stile Karames, una particolare decorazione della ceramica. Oltre alla ceramica i cretesi sviluppano raffinate tecniche di lavorazione dei metalli e delle pietre semipreziose (agata, calcedonia, cristallo di rocca). Tramite questi produssero gemme o sigilli con decorazioni astratte o temi naturalistici.
L'ascia bipenne è il simbolo del potere minoico. Molto più avanti nella storia, in Etruria, essa rifara la sua apparizione, per il momento è una caratteristica cretese.

Vita di Palazzo:
Nei palazzi vi si svolgevano degli intrattenimenti diversi da quelli svolgentesi nei Megàron micenei in Grecia. Qui vi erano i giochi acrobatici con i tori.

Culto religioso: Dai ritrovamenti delle statuette e raffigurazioni minoiche si intuiscono le loro credenze religiose. Essa presentava caratteri feticistici, ovvero una religione tendente all'adorazione di feticci, oggetti inanimati che potevano spaziare dalla sostanza ad ambienti o anche condizioni atmosferiche. Ma non soltanto oggetti inanimati, anche ad esempio l'adorazione di alberi o di animali quale il toro che assunse una forma semi umana chiamata Minotauro, simbolo della civiltà minoica insieme all'ascia bipenne.
Per non fare troppa confusione in questo che sembra un vero e proprio miscuglio di culti basti pensare che anziché avere tanti dei essi avevano tanti culti che spaziavano tra il feticismo e la divinazione anche di esseri antropomorfi come vedremo tra poco. In vari sigilli è ad esempio rappresentato lo sradicamento di un albero facente parte di un qualche rito sacrificale della vegetazione in presenza di deomoni animaleschi.
Vi era anche il culto della grotta e lo testimonierebbero il numero elevato di particolari ritrovamenti archeologici e le ceneri animali. I cretesi non avevano effettivamente un luogo che fungesse da casa degli dei quale un tempio. Essi adoravano la natura e svolgevano i loro riti a contatto con essa. Un'eredità sicuramente di quel popolo neolitico che conosce le influenze esterne (all'intera isola di Creta) soltanto da un determinato periodo in poi.
Ed eccoci al culto antropomorfo della Dea Madre, nell'insieme essi adoravano la natura, ma ecco che vi è la dea della natura, signora della vita vegetale ed animale. Non era l'unica divinità antropomorfa, ma la principale sicuramente. Questa particolare divinità la si ritrova, secondo un'indagine filologica,  in molte culture, non esclusivamente cretese. I fenici ad esempio la chiamavano Astarte e la associavano al suo sposo mortale Adone, in varie zone dell'Asia ha il nome Tammuz venerata anche a Babilonia. Presso i greci sarebbe stata Afrodite ed infatti si diceva fosse nata a Cipro.  Ma anche Rea la titanide figlia di Urano e di Gea che pare abbia generato Zeus proprio nelle grotte cretesi. Si nota dunque che questa dea non appare indistintamente tra le varie culture, a confermare ulteriormente che sia la stessa è anche la figura del compagno uomo che di volta in volta può essere figlio e compagno.
Il culto della “dea veneranda”, un'altra definizione che definisce la Dea Madre, o potnia, prevedeva danze all'aperto con suono di flauto a presso ed esaltazioni da parte dei partecipanti sino al raggiungimento dello stato di trance.
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categoria:cretesi e micenei
domenica, 11 ottobre 2009
Assiri:

L'Assiria non poteva contare su un territorio che privilegiasse l'agricoltura o la pastorizia. Esso fu un piccolo territorio che trovò uno sbocco nel versante militaristico. La sua capitale fu Assur (prende il nome del loro dio principale), si può pur notare l'assonanza con il nome dell'intera regione da cui effettivamente prese il nome. Fino alla metà del II millennio a.C fu tributario nei confronti dei popoli circostanti: babilonesi, hittiti, mitanni.
Solo con l'approssimarsi dell'ormai rinomata epoca delle invasioni dei popoli del mare (per chi avesse familiarità con la storia o i miei articoli precedenti) essi si ritrassero dalla dominazione degli assidui potendo addirittura affermarsi essi stessi come popolo dominante.
Essi furono un popolo tutt'altro che diplomatico e non vantavano una cultura scientifica particolarmente privilegiata, senonché il lato bellicoso, peculiarità importante di questo popolo. Vantavano il tiro con l'arco da cavallo, carri da combattimento ed una fanteria attrezzata con armamenti pesanti e macchine per gli assedi. Fu il re Tiglatpileser I a rendere questo popolo una grande potenza (1100 a.C.) il quale conquistò parte dell'Anatolia e conquistò Babilonia. Effettivamente, e per l'ennesima volta, la Mesopotamia passò in mano agli ennesimi dominatori, questa volta assiri. Una volta impostata questa nuova sede i successori di re Tiglatpileser I espansero il dominio in territori siriani, fenici e palestinesi. A debellare definitivamente ciò che rimaneva degli hittiti furono gli stessi, che conquistarono anche parte dell'Anatolia.
L'espansione assira conobbe la massima portata tra l'800 e il 650 a.C.
Fu invece il re Sargon II ad aver sottomesso Israele (722 a.C.) ed il suo successore Sennacherib distrusse Babilonia, che venne in seguito ricostruita...
Assurbanipal, altro re assiro, che i greci chiamavano Sardanapalo (668-626 a.C.) riuscì a conquistare Menfi e Tebe sottomettendo l'Egitto il cui regno tramontò quasi definitivamente.

Assurbanipal fu un re generoso e protettore degli artisti, abbellì la sua capitale Ninive così chiamata in onore della divinità mesopotamica Nin. Fondò una biblioteca nella quali furono raccolte tavolette della letteratura mondiale. Ecco che dopo la morte del re il regno assiro decade, Babilonia si rende nuovamente indipendente scacciando la guarnigione invaditrice. Si creò una coalizione di stati, tra cui parte dei territori iraniani, che osarono, a distanza di secoli, avviare una guerra contro gli assiri direttamente nel loro territorio e la capitale, Ninive, venne espugnata e rasa al suolo (612 a.C). Possiamo qui porre un punto anche alla storia assira il cui popolo scomparve per sempre.

La forza degli assiri contava su tutto un particolare sistema che ne manteneva nel tempo la forza militare. Essi deportavano schiavi da territori conquistati, salvano giusto i sottomessi e i ribelli non li risparmiano. Non si limitavano di certo ad infliggergli una morte istantanea, ma avevano anche un certo senso del perverso. Ad esempio, in una cronaca del tempo si descrive lo sterminio di un re assiro: <<Davanti alla porta della città innalzai un monticello di terra, scorticai tutti i capi ribelli e disposi le loro pelli lì sopra; alcuni li seppellii vivi, altri li impalai... molti prigionieri li bruciai, molti li presi vivi: ad alcuni tagliai le mani e le dita, ad altri il naso e le orecchie, ad altri cavai gli occhi. Feci un mucchio dei vivi e un mucchio dei morti; legai le loro teste ai pali, tutto intorno alla città, la bruciai col fuoco, la annientai completamente>>.
Erano talmente violenti e contrastanti con qualsiasi ragione da non poter loro contare su nessun accordo con altri popoli. Un'alleanza tra assiri e qualsiasi altra città non era ponderabile, infatti l'unica forza loro fu la guerra, gli assalti, le conquiste.
È probabile che ci sia una certa logica nelle successioni cicliche di un regno ed un altro. La novità coglie  l'impreparazione altrui, gli altrui vengono coinvolti, in questo contesto dominati; tale dominazione, a sua volta, sì farà cogliere impreparata da chi avrà avuto il tempo di osservare il dominante e se vi sarà un cedimento si subentrerà ancora.
In ogni caso, se non proprio attraverso questo mio ragionamento, la coalizione formatasi contro gli
assiri li debellò dalla faccia della terrà.

Qui sopra re Sargon II insieme ad un dignitario di corte

Babilonesi:

Dunque, i babilonesi riescono a scacciare il nemico assiro. A guidarli fu Nabopolassar (625-605 a.C) un generale della tribù di kaldu che dopo la presa di Ninive ristabilì un secondo impero babilonese. Cadendo gli assiri altre popolazioni da essi assoggettate sì rendono indipendenti.
Si svilupparono due nuovi regni in asia minore, quello dei frigi e quello dei lidi (questi ultimi introdussero la moneta).
Brevemente, babilonesi ed egizi, dopo il crollo dell'impero assiro, si scontreranno in Siria per garantirsene il controllo. La Siria svolge infatti l'importante ruolo di crocevia fra tre fondamentali territori (Africa, Arabia e Mesopotamia-Turchia. E, più avanti nella storia, sempre la Siria fu crocevia di spedizioni commerciali che partivano da territori tanto più distanti, come i paesi del Turkestein-Zungaria o l'ancor più lontana Cina. Due importanti e storiche rotte commerciali furono  la via dell'incenso e della seta, quest'ultima partiva proprio dalla Cina e seguendo diversi percorsi si spingeva ben oltre la Siria via terra e sino in mediterraneo via mare). La Siria, territorio dunque importante per il commercio. Lo scontro tra le due potenze si svolge a Karkemish e gli egizi ne escono sconfitti. Come abbiamo visto nell'articolo precedente gli ebrei subirono la loro prima diaspora dopo l'attacco del re Nabucodonosor (604-562 a.C), e vennero deportati ed esiliati in massa in Mesopotamia. Oltre a conquistare Gerusalemme i babilonesi abbatterono Sidone e Tiro. A succedere Nabucodonosor fu Nabonedo e durante la sua supremazia il regno perse definitivamente l'indipendenza a causa dell'invasione dai parte dei persiani, popolo dei territori iraniani. Il re dei persiani Ciro rese babilonia una provincia del suo impero.

Persiani:

Nell'immagine l'ebreo Daniele in ginocchio di Fronte a Re Ciro
Prima che la storia, centralizzata sino ad ora in medio oriente, si spinga ad occidente, passeranno due secoli di dominio persiano. Essi verranno sconfitti dai macedoni, e soltanto a questo punto abbandoneremo scenari tipicamente orientaleggianti verso altri ancora “da noi” inesplorati, ovvero in Europa. Ma è bene raccontare un po' di questo nuovo impero.
Non è la prima volta che fanno la loro apparizione, siamo qui intorno al 500 a.C. Già nel IX secolo a.C ebbero modo di combattere gli assiri. Nel VII secolo a.C i medi, una tribù indoeuropea, dominarono gli stessi persiani.
I babilonesi con Nabopolassar grazie anche all'aiuto del re dei Medi “Ciassarre” riuscirono ad annientare gli assiri. Annientati, i persiani non ebbero nessun ostacolo al fine di espandersi sul resto del territorio. Ciro diviene re sia persiano che dei medi (550 a.C.)
I persiani conquisteranno il regno di Lidia che fu sotto il regno di Creso, espugneranno la città di Sardi approfittando di un'errore strategico di Creso. Egli persuaso di aver allontanato ogni pericolo attraverso quella che fu una guerra preventiva contro la minaccia persiana congeda gran parte degli eserciti. Negli anni successivi i persiani sottomettono la Licia e le città greche della costa, si preparano alla conquista dell'Egitto quando il re Ciro viene a mancare. Il successore Cambise continuerà questa espansione e sconfiggerà gli egizi (525 a.C). Una ribellione fomentata da una casta sacerdotale interna al Regno, i Magi, riesce a far vacillare temporaneamente la stabilità del territorio. Un membro della famiglia regnante, Dario (522-486 a.C) represse tale movimento. Il regno di Dario e di suo figlio Serse raggiunsero il massimo splendore, ed è nel tempo che li vede in vita che i persiani incontreranno l'avversario che li annienterà, i greci.


Questo popolo lascia agli altri conquistati ampia autonomia amministrativa e ne rispetta i culti religiosi. 
L'immenso territorio conquistato dai persiani in data 513-512 a.C si espandeva da sud con la Libia e l'Egitto passando dal Sinai e comprendendo la Siria poi verso est costeggiando la parte alta dell'Arabia sino al delta del Tigri e dell'Eufrate in Susiana; da qui il confine procedeva ad est sino ai confini naturali tracciati dal fiume Indo e saliva a nord tra il lago di Aral e i territori che formano l'ex Turkestein; andando verso ovest scendeva inglobando un terzo inferiore del mar Caspio e comprendendo l'Armenia sino allo stretto del dardanelli “Ellesponto” ed oltre in Tracia e Macedonia; a sud il confine torna a chiudersi in Siria, ma si comprende l'isola di Cipro.
E tale territorio fu suddiviso in 20 Satrapie (come delle provincie) ognuna gestita da un funzionario chiamato satrapo. Le capitali di questo impero furono Susa, Ecbatana e Persepoli (Città dei persiani) quest'ultima nella satrapia denominata Perside e dove sorgeva il palazzo più importante.
Il regno di Dario promosse molto l'espansione e l'affermazione del nuovo impero e tanti furono i paesi tributari.
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categoria:assiri e persiani
martedì, 29 settembre 2009
Da una parte i babilonesi, in un altro continente gli egiziani, nelle terre europee i minoici e i micenei. L'uomo si mosse e si insediò, si mosse ancora una volta e ancora una volta si insediò sino a creare tanti villaggi. Tali villaggi, se ne ebbero occasione, divennero città e magari regni o imperi.
Il 1200 a.C vide l'arrivo dal mediterraneo dei così definiti popoli del mare.
Tra questi popoli alcuni erano libici ed altri indoeuropei. In massa travolsero, come abbiamo visto negli articoli precedenti, gli hittiti e tutti i territori circostanti causandone la scomparsa (se la cavarono meglio gli assiri, che riprenderemo più avanti); in seguito travolsero anche gli egiziani causando non pochi danni anzi segnandone il declino. Essi, i popoli del mare, scomparirono dalla scena disperdendosi nei mari del mediterraneo.
In questo nuovo millennio, il mille avanti cristo, vi furono evidenti cambiamenti in quel che fu la facciata storica che sino a quei tempi perdurò. Nell'egeo sorse come una fenice la prima civiltà greca sopra le macerie di quella micenea; nel vicino oriente si sviluppò, ma poi crollò l'impero degli assiri; la Palestina e la Siria videro invece sorgere due nuove civiltà: i fenici e gli ebrei.
Non ci fu certo un distacco netto dal passato, eppure quest'epoca, come in una dissolvenza incrociata cinematografica, segna il passaggio ad una del tutto differente.
Presto il baricentro della civiltà si trasferirà in tutt'altro territorio, in Europa.
Per il momento, con il crollo hittita, si afferma, in tutto il territorio, l'utilizzo del ferro. La tecnica di lavorazione di questo metallo sino a quel momento fu un'esclusiva degli hittiti.

La Palestina (ovvero terra dei filistei che parrebbero essere uno dei popoli del mare insediatisi in queste terre), sorta nella terra di Canaan, si trova in un luogo economicamente avvantaggiato proprio per essere un crocevia dei territori circostanti. Una lunga via, tra l'altro affacciata verso il mare, in cui transitavano le principali rotte commerciali. Questa terra accolse in grembo, oltre ad una molteplicità di popoli frammentati semiti, gli ebrei e i fenici.

Gli Ebrei:
La bibbia è uno dei documenti che racconta meglio le imprese di questi popoli. Per quanto poco storicamente attendibile, essa suggerisce una visione poetica e romantica delle storie agli ebrei appartenenti. Essa fu scritta in periodi più tardi rispetto ai fatti narrati.
Come vale per Omero, ovvero le vicende micenee e trace da lui narrate in periodi posteriori (ed esattamente nel periodo di dominazione dorica - successiva ai grandi imperi protagonisti dei suoi racconti) - così accade per la bibbia. Essa, più facilmente, è definibile un documento storico indiretto che può farci conoscere i costumi di un popolo ebreo del periodo in cui i vari testi che la compongono sono stati scritti, ma non degli eventi narrati di gran lunga anteriori.
Un grande confronto con altri ritrovamenti archeologici della stragrande maggioranza dei popoli antichi ha consentito in seguito di delineare meglio la storia degli ebrei.
Gli ebrei ritroverebbero le loro origini in Mesopotamia intorno al 2000 a.C.
Probabilmente il loro nome deriva dalla parola sumera habiru (predoni) e sembra che fossero popoli nomadi, pastori e razziatori. Attorno al 1900 a.C il capo di questo clan, Abramo, abbandonò le terre mesopotamiche dirigendosi verso le coste della Palestina.
Qui, gli ebrei, vi torneranno diverse volte nella storia, l'ultima occasione è avvenuta mediante il movimento sionistico all'inizio del secolo scorso. Questa terra, cui fu spinto ad inoltrarsi Abramo, era la terra promessagli da dio. Il dio di Abramo, Jahvè, si differenziava dagli altri dei e culti perché egli non ammetteva né l'adorazione di più divinità né la sua rappresentazione.
Successori di Abramo furono Isacco e Giacobbe, quest'ultimo conosciuto anche come Israele da cui prese il nome il suo popolo. Egli assegnò ai suoi dodici figli il dominio del territorio palestinese, e dato che la successione si stabiliva in ambito familiare essa viene definita età patriarcale.
Vi fu, in queste terre, una grave carestia che costrinse i popoli ebrei a migrare verso l'Egitto. Siamo qui intorno al 1700 a.C periodo in cui in Egitto gli Hyksos occuparono la parte nord del Regno Egiziano. (approfondimenti articolo precedente).
Gli ebrei qui vi furono accolti per ben un secolo e mezzo, ottenendo persino appezzamenti di terra per i pascoli, ma con la cacciata degli Hyksos avvenuta il 1540 a.C e la rinascita del nuovo regno egiziano, divennero ben presto schiavi. Intorno al 1250 a.C, 50 anni prima dell'arrivo dei popoli del mare, Mosè di origine ebrea, ma cresciuto alla corte d'Egitto, liberò gli ebrei. La bibbia racconta questo episodio nell'Esodo e si compì con molte difficoltà. Gli ebrei infatti, prima di ritrovare la terra promessa, vagarono per quaranta anni nel deserto del Sinai per evitare il passaggio costiero a nord sicuramente sorvegliato dalle guardie del faraone.
Sotto la guida del successore di Mosè, Giosuè, gli ebrei si diressero verso le terre di Canaan per una seconda volta nella loro storia.
L'evento tra i più importanti nel passato ancestrale degli ebrei sembra essere stata la lotta contro i filistei che erano per così dire residenti della terra palestinese.
La funzione di governo tra gli ebrei erano esercitate dai capi dei vari clan, 12 tribù in tutto, ognuna discendente dai 12 figli di Abramo. Tali capi definiti giudici venivano eletti per il loro prestigio. Una tredicesima tribù era quella dei leviti, essi erano sacerdoti e curavano l'aspetto religioso di tale proto-società.

Un'organizzazione del genere non era sufficiente a tener testa ai filistei, era necessario che vi fosse un'autorità politica unitaria, rappresentata da un re. Il problema fondamentale a questo punto era la legittimità del potere monarchico. Infatti, se per gli altri imperi il re rappresentava una divinità, o ne era diretto discendente, non si poteva pensare con gli stessi termini per quanto riguardava l'ebraismo. Infatti il dio Jahvè, più in generale il credo ebraico, non ammetteva che un uomo avesse poteri pari a quelli di Dio, nessun uomo poteva elevarsi a tanto e quindi superare in grandezza gli altri uomini. Si risolse, o meglio la monarchia sorse quando sì considerò la legittimità di un uomo tramite l'unzione da parte del signore, ovvero se da Dio fosse stato prescelto.
Il primo re fu Saul (1020-1000 a.C) che cadde in battaglia proprio contro i filistei. Il suo successore fu David (1000-961 a.C) che sconfisse i filistei in modo definitivo. David procurò tante glorie agli ebrei, esso incarnò perfettamente il ruolo del re scelto da Dio e di guida per il popolo, la città sacra di Gerusalemme. Lo succedette il re Salomone (960-922 a.C) che incentivò i commerci e fece costruire il primo tempio stabile in onore di Jahvè. La grande potenza politica da egli acquisita, tuttavia, non fece altro che portare alle mani di pochi molte ricchezze, si ribaltarono un po' i valori iniziali, i profeti, che delle lamentele del popolo si fecero i portavoce, si fecero udire a gran voce.
Dopo la morte di Salomone il regno si divise in due, il regno di Israele a nord, con capitale Samaria, e quello di Giuda a sud, con capitale a Gerusalemme.
Succede che la situazione circostante al territorio israeliano è ben più differente. Gli assiri con i loro eserciti devastanti conquistano molte terre, compresa la terra israeliana, ed esattamente Israele da re Sargon II (722 a.C) e Gerusalemme da Nabucodonosor (587 a.C) che distrussero il tempio di Gerusalemme e deportarono in Mesopotamia parte della popolazione e tutta la classe dirigente. Questo periodo è detto di esilio babilonese e soltanto pochi decenni più tardi, con la conquista da parte dei persiani di Babilonia, gli ebrei poterono tornare alle loro terre.

Si assiste, effettivamente, alle prime diaspore dei popoli ebraici, ai lunghi travagli che hanno accompagnato questo popolo lungo la storia dell'umanità che a tutt'oggi, anche per una questione di territorio, non hanno cessato di affliggere un popolo (più popoli). Si potrebbe confusamente intravedere sullo sfondo qualcosa che dovrebbe far riflettere sulla legittimità o meno dell'uomo di possedere un territorio in cui vivere. (Ma senza al momento affrontare la lunga e bellicosa questione tra israeliani e palestinesi che chissà non tratterò in un prossimo articolo andrò dunque oltre).
Si può anche intravedere, osservando l'intera prospettiva religiosa, quanto tutti i popoli sino ad ora trattati, dai 3000 anni che precedono la nascita di cristo, o  volendo meglio focalizzare, dall'insediamento umano e nascita della scrittura, abbiano sviluppato l'intelletto in quel che si potrebbe considerare una sorta di brodo primordiale, non degli elementi fondamentali alla vita, ma della coscienza. E lo si intravede meglio osservando i culti ed il credo religioso di ognuno, proprio lì dove il pensiero dell'uomo vuol palpare la natura metafisica e spirituale oltre quella terrena. Le esigenze di un popolo di far propria non solo la realtà immanente del mondo (naturalmente è importante con il pensiero immedesimarsi in un'epoca in cui non vi era un principio di consapevolezza che è forse più lecito ritenere appartenente a queste epoche moderne), ma anche la questione trascendentale e spiritica.
Se non addirittura la totale inconsapevolezza di un principio di ateismo o di agnosticismo moderno in quanto per gli antichi popoli, qualsiasi fosse la religione di appartenenza, qualsiasi il credo, non vi era la concezione di una totale materialità delle cose. E se a tutt'oggi non è risolta definitivamente la connessione tra mondo materiale e spirituale, soprattutto in visione delle grandi domande che non terminano mai di affliggerci, per lo meno riusciamo a delineare meglio questo confine, sempre che in realtà i moderni, me compreso, non siamo stati piuttosto abili ad illuderci piuttosto che no)

La potenza di Jahvè si fa sentire attraverso i racconti biblici, se non altro tenne unito un popolo nei periodi più difficili della storia. Egli viene descritto come un Dio guerriero e tremendo, capace di manifestarsi nelle forme più temibili. È un Dio geloso, egli protegge il suo popolo, ma ne pretende la venerazione assoluta. Gli ebrei, se sono riusciti a mantenere, come minoranza e soprattutto in visione delle sciagure di cui sono stati vittime nell'intera storia, il loro culto è grazie alla stessa visione che essi hanno dell'intera storia dell'uomo. In questa prospettiva essi scorgono maggiormente la presenza di Jahvè che non può non mantenere intatto il loro credo, il popolo non scompare quando lo stato crolla, esso rimane intatto, essi sono una nazione anche quando una nazione non vi sarebbe.

I fenici:
Essi occuparono un territorio, sempre in Palestina, ma nella fascia più a nord, tra i monti del Libano ed il mare. Ancora nel 2500 a.C essi occupavano una serie di città lungo la costa ed ognuna conduceva una politica autonoma (Biblo, Berito, Arado, Tiro, Sidone).
Essi, dopo la cacciata degli Hyksos dall'egitto, divennero tributari del nuovo Regno Egiziano sino al 1100 a.C.
Un secolo dopo i primi attacchi da parte dei popoli del mare a discapito delle terre orientali, gli stessi colpirono l'Egitto. Ed è qui che fenici insieme agli assiri (pur se in modo dissociato), trovano un'opportunità per sfuggire al dominio egizio.
Qui inizia per i fenici un'epoca del tutto nuova. La città protagonista fu Sidone (I sidonii dei poemi omerici o degli scritti biblici possono considerarsi gli stessi fenici di cui andremo parlando). E' da precisare che i fenici non avevano una concezione di se stessi attraverso questo nome (fenici), o almeno non furano loro a coniare il termine, questo nomignolo parrebbe derivare da una denominazione esclusiva degli stranieri quando volevano identificarli. L'origine del nome sembra comunque riconducibile al termine phoinix che significa rosso porpora, colore ricavato dalla macerazione o essiccazioni di particolari molluschi, abilità questa tipica del loro popolo.
Nel 1000 a.C fu la città di Tiro a prendere il posto di Sidone.
Le loro città erano governate da un'aristocrazia mercantile, il potere poteva appartenere sia a re che a magistrati eletti annualmente e detti suffeti. Essi venivano controllati da un collegio di nobili che comprendeva i capi tra le più potenti famiglie.

Essi per molto tempo detenerono il monopolio commerciale. Trasportavano merci e metalli per gli egizi, assiri e tutti quanti i popoli del mondo mediterraneo. Erano esperti navigatori, la loro tecnica di navigazione rimase inalterata sino alla fine dell'età antica. Conoscevano molto bene il ciclo delle maree ed erano abili a disporre le vele e a sfruttarne i venti. Erano persino in grado di praticare la navigazione notturna orientandosi grazie alla stella polare. Questa loro peculiarità gli permise di raggiungere terre, magari prima mai raggiunte per via marittima.
Proprio per via delle loro rotte commerciali essi crearono tanti approdi e colonie nei punti strategici delle coste dei paesi mediterranei. Il regno fenicio, sparpagliato un po' qua e un po' la, mantenne fuori portata il rischio di un possibile attacco straniero (in mancanza di una sede centrale ove il potere politico fosse concentrato). Per questo motivo i fenici raggiunsero una grande espressione politica. Tra le colonie più importanti fondate lungo il mediterraneo ricordiamo:

Nelle coste nord dell'Africa, dalla Libia sino in Marocco: Leptis, Ohea, Sabratha, Tapso, Cartagine, Utica, Tangeri e Lixus.
In Spagna: Malaga e Ibiza
In Sardegna: Tharros e Cagliari
E nel territorio siciliano: Mozia, Palermo, le isole Eolie e Malta
E di ritorno verso la Palestina a Cipro: Pafos
Da notare che queste sono le colonie e non i limiti sin dove i loro commerci si spinsero, ed infatti i fenici varcarono le colonne d'ercole e si spinsero attraverso l'atlantico verso il nord europa.

Bisognava agevolare il commercio con sistemi di scrittura migliori e non con l'ingombrante utilizzo dei sistemi sillabici, il commercio bisognava che fosse preciso, e i dati da registrare (contratti, conti, inventari) semplici, efficaci e veloci. Si creò dunque un nuovo sistema di scrittura, un vero e proprio sistema alfabetico a cui ogni segno corrisponde a un suono. Tra l'altro, quando ammettiamo che la nostra lingua italiana si basi sul latino e che a sua volta esso si basi sul greco e qui ci fermiamo, a volte ignoriamo e a volte potremmo dimenticare, che l'alfabeto fenicio è stato adottato dai greci e che molti di quei simboli e persino le assonanze sono tipiche dei loro grafemi.
Il periodo più prospero della storia fenicia va dal 1000 al 800 a.C, ma in seguito, prima per mano degli assiri e poi dei persiani, essi si dovettero sottomettere.
Una caratteristica apprezzabile dei fenici è che essi preferirono sempre adottare la diplomazia piuttosto che la violenza.
Se non altro questo discorso è valso sino allo scontro con i greci che dal VII secondo a.C divenne una costante soprattutto via mare tra flotte e flotte. La fine dei fenici venne segnata quando i greci prevalsero sui persiani, e la distruzione completa da parte di Alessandro il Grande di Tiro (332 a.C)  al che la civiltà fenicia può dirsi finita.
 
   
 
 

 

 
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categoria:ebrei e fenici
mercoledì, 16 settembre 2009
Ci siamo fermati ai popoli del mare che annientarono gli hittiti, "babilonesi e hittiti" (1200 a.C.) ennesimi dominatori del territorio mesopotamico. Prima di proseguire con gli eventi storici è bene fare un salto indietro di circa 2800 anni, a partire da questo evento, e riprendere la storia che si svolse in parallelo a quella mesopotamica, ovvero la storia del regno egiziano (siamo adesso intorno al 4000 a.C.).
La tendenza dei popoli primigeni era quella di insediarsi in zone fertili, dunque adiacenti a grandi corsi d'acqua, o perlomeno da queste zone ideali si sono affermati le più grandi società del passato o storici popoli.
Come per i sumeri furono il Tigri e l'Eufrate, come per altri furono l'Indo, il Gange, il Brahmaputra, lo Yang-Tze-Kiang e lo Huang-Ho per gli egiziani fu il Nilo; qui vi si spostarono gruppi di nomadi in un periodo in cui il Sahara cominciò lentamente a divenire un deserto.
Il Nilo rendeva, in un certo territorio e per vaste aree, le terre limitrofe fertili. Ciclicamente le sue acque si innalzavano sino a sommergere le coste e si riabbassavano lasciando uno strato di limo che rendeva fertile la terra.
Addirittura tale caratteristica rendeva semplice la coltivazione che non richiedeva approfondite conoscenze agricole o l'uso di determinate attrezzatura, l'aratura era agli egizi non necessaria.
Gli bastava gettare i semi e farvi passar sopra i maiali ed attendere la mietitura.
Fu in queste zone che un popolo crebbe.
I vantaggi per essi furono molti: il territorio protetto da zone circostanti impervie (per esempio il deserto); lo stesso Nilo sia per un discorso agricolo che per la navigazione, consentiva in modo rapido lo spostamento in avanti e indietro della gente.
Questi popoli, e siamo ancora in epoca preistorica, conobbero un incremento demografico ancor prima di sviluppare un sistema produttivo più efficace, conobbero cioè l'era neolitica dopo un incremento demografico e al contrario dei sumeri.
Tale incremento ebbe a risultato un organizzazione di tipo sociale, come accadde (questa volta non proprio in parallelo) in Mesopotamia.
Qui (Egitto) vi si svilupparono i primi principati e con il tempo divennero organismi più grandi.
Tali organismi sono da individuare meglio in due nuclei fondamentali a nord (Basso Egitto) e a sud (Alto Egitto) e fu il primo faraone Menes ad unificarli in un unico Regno.

Siamo qui intorno al 3000 a.C, abbiamo già affrontato 1000 interminabili anni... E i Sumeri tra poco o da poco hanno inventato la scrittura (cuneiforme).
Unificato il territorio i faraoni si insediarono a Tinis, questa viene definita età tinita. Successivamente la capitale si sposta a Menfi, a nord dell'Egitto. Qui il territorio venne diviso in province amministrate ognuna da un governatore nominato dal faraone.
È questa era definita antico Regno, un periodo che va indicativamente dal 3000 al 2200 a.C.
Tra il 2700 e il 2500 a.C. vi fu la prima espansione in Libia e in Nubia (antico nome dell'Etiopia)
Sempre in questo periodo vennero costruite le prime piramidi. La più antica fu quella di Zoser progettata da Imhotep.
Non è difficile fare un ragionamento parallelo a questi eventi, un popolo che sin dagli albori ebbe un alto livello di civiltà, che si ritenne superiore in ogni aspetto ai popoli circostanti per l'evidente potere multiforme che essi rappresentavano (scienza, arte, cultura, politica...).
Società, questa, che glorifica la potenza dei faraoni con le prime imponenti piramidi e che espande  il proprio territorio uscendo da quella nicchia, per quanto espansa, protetta e ricca di vantaggi.
I faraoni delle dinastie seguenti fecero costruire le tre Grandi piramidi di Gizah (Cheope, Chefren e Micerino). Accanto ad esse Chefren fece costruire la sfinge quasi a proteggere questi luoghi (anche se i racconti mistici che tutt'oggi si raccontano e studiano, e tra l'altro colgo l'occasione per proporvi la saggistica di Zecharia Sitchin, hanno molto da raccontare su tali luoghi).

Intorno al 2400 a.C. il potere centrale perse consistenza e le varie province divennero man mano indipendenti. Vi furono dunque due secoli di declino, se non altro nei confronti del potere centrale che costituiva l'Regno.
Come ho detto, il 2200 a.C. È il periodo in cui termina l'Antico Regno, in parallelo in Mesopotamia i Gutei conquistano il domino accadico che durerà 250 anni al che saranno gli amorrei a prendere in mano lo scettro del nuovo dominio.

Non subito con il termine dell'Antico Regno si colloca l'inizio del Medio Regno, ma ben due secoli dopo. Quindi 2400 a.C. l'Impero egiziano si destabilizza, due secoli dopo si colloca la fine di quest'epoca e solo dopo altri due secoli comincia la nuova.
(1987-1600 a.C.) Rifiorisce, tramite i faraoni della XI dinastia, un nuovo regno. Evidentemente i faraoni continuarono a succedersi nonostante questa divisione interna.
L'Egitto tentò dinuovo l'espansione, questa volta per aggiudicarsi un certo controllo commerciale tra alcuni territori chiave. Esso si espanse infatti a sud, come nella prima espansione dell'antico regno, in Nubia, ma questa volta non ad est (Libia), ma ad ovest in direzione della Siria-Palestina. Anche questo periodo terminò, il regno egiziano conobbe una grave crisi politica ed economica.
Sempre in quel tempo subentrarono gli Hyksos.
Siamo nel 1700 a.C. Quasi in parallelo, 50 anni dopo, in Mesopotamia gli hittiti fondano la loro capitale ad Hattuas nel territorio dell'Anatolia.
Gli Hyksos erano tribù indiane di origine semitiche. Se si pensa che in questo periodo discendono dai paesi indoeuropei popoli come hurriti, cassiti ed hittiti nei pressi della Mesopotamia insediandovisi, non è difficile immaginare come anche gli Hyksos, magari all'inizio facenti in qualche modo parte di tale discesa condivisa, fossero stati portati da pressioni dovute alle popolazioni sopra citate a seguire un'altra strada.
In ogni caso, essi riuscirono a governare l'intero territorio egiziano, ma non influenzarono in alcun modo la cultura egiziana che anzi insegnò loro molto. La classe dirigente egizia comprese la necessità di un nuovo sistema sociale più organizzato ed efficiente.

Ha inizio il Nuovo Regno (1540-1070 a.C.) In quest'epoca i nuclei principali del regno egiziano erano tre. A nord vi era un territorio governato dagli Hyksos; a sud vi erano territori governati da principi egizi (evidentemente le dinastie, anche in questa occasione, continuavano a succedersi e le tradizioni a tramandarsi); In Nubia in un antico possedimento egizio.
Fu il re di Tebe, Kamose, a liberare l'Egitto intorno al 1570 a.C. Cacciando gli Hyksos ed assimilandone le conoscenze belliche che essi portarono, come ad esempio il carro da guerra. (Nel contempo in cina si formò un primo stato centralizzato e gli hittiti saccheggiarono Babilonia).
Il suo successore, Ahmose, compì l'opera e riunificò l'Egitto.
La capitale del terzo ed ultimo Regno Egizio fu Tebe, la reggia sorse accanto al tempio di Ammone, il protettore della dinastia che da allora divenne il dio nazionale degli egizi.
Non vi furono costruzioni di piramidi, ed i faraoni si fecero seppellire in un territorio ad ovest del Nilo; in questo luogo era vietato l'accesso a chiunque non fosse di un certo ordine o addetto ai lavori (gli addetti alla manutenzione, costruttori, artisti, artigiani, imbalsamatori, potevano insediarsi in questi territori per tutto il periodo in cui i loro servigi erano necessari ed erano direttamente stipendiati dai superiori). Questo territorio era la così chiamata Valle dei Re.
In quattro secoli il regno si rafforzo, riconquistò la Nubia, i territori siriani e palestinesi e ne esigè i contributi. Anche il valore dei sacerdoti del dio Ammone si accrebbe divenendo essi i proprietari di grandi terre e ricchezze. I commerci progredirono con paesi come Mesopotamia, Creta e le isole del mar Egeo.
Fu il tempo di Tutmosi III che rispose alla ribellione siriana penetrando nel loro territorio imponendo la sua supremazia non solo in questa terra, ma in quelle circostanti. Gli hittiti, che in Mesopotamia regnavano, dovevano adesso versare i tributi agli egiziani.
Tutmosi III glorificò nuovamente il regno egizio e i suoi successori, Tutmosi IV e Amenofi III regnarano un dominio sulla cresta dell'onda, grazie alle conquiste del loro predecessore.

Ad Amenofi III successe Amenofi IV (1377-1358 a.C.) <<re-filosofo>> che rivoluzionò il sistema religioso politeistico introducendo quello monoteista il cui dio era Aton (il disco solare).
Questo culto prendeva origine da un progetto della corte faraonica per contrastare l'influenza sacerdotale. Essa acquisiva sempre più potere ed interessi e rischiava di soppiantare il ruolo del faraone. Si arrivò al conflitto di potere tra le due caste, ma ebbe la meglio Amenofi IV. Mutò il suo nome in Ekhnaton (amato da Aton), impose la chiusura del culto e del tempio di Ammone e fece trasferire la capitale a nord del regno.
Egli adottò una politica con effetti deleteri per l'intero Regno i egiziano, infatti impose un cambio di rotta verso quella che era un'espansione imperialista a tutti gli effetti adottando una politica pacifista. Vennero ridotte le spese militari (che mai come in quest'epoca, considerata della massima prosperità egizia, ebbe una così importante presenza) e si ritrattarono le espansioni estere.
Questa rinuncia da parte di Ekhnaton coincise con l'espansionismo hittita che si appropriò di quel territorio assiro, che in termini commerciali, aveva una collocazione importante.
Ekhnaton morì, vi successe Tutankhamon. Egli riportò la capitale a Tebe e ristabilì il culto di Ammone. Tutankhamon visse solo sino a 18 anni, i suoi successori dovettero fronteggiare l'espansione hittita che ledeva ormai il territorio egiziano. Prima di quel che fu un vero e proprio scontro tra due imperi il generale Horemheb e Sethi I ristabilirono in diverse occasioni i predomini palestinesi.

È il tempo di Ramses II (1298-1235 a.C.), egli fronteggiò gli hittiti nel territorio di Qadesh nel territorio siriano (dopo una serie di molteplici campagne). Correva l'anno 1274 a.C.
I due imperi (hittita ed egizio) si esaurirono a vicenda e stipularono un trattato di non aggressione.

E qui approdiamo in quell'epoca in cui il Regno hittita cessò il suo predominio, un ritorno al futuro, epoca che concluse l'articolo precedente da me trattato ”I babilonesi e gli hittiti”.
Siamo adesso infatti intorno al 1200 a.C. I “popoli del mare” arrivarono in massa e piegarono gli ultimi sovrani del Regno hittita e tutti i territori circostanti. In seguito gli stessi si affacciarono nei territori egizi. Fu Ramses III ad affrontarli in una serie di battaglie terrestri e navali e vinse (nel 1186 a.C.), fu una vittoria importante che evitò al regno egizio di fare la fine dei Micenei (antichi greci) e degli hittiti.

Nonostante ciò l'Egitto non avrebbe conosciuto epoche di prosperità, di ampie prospettive, come quelle del passato. Esso, l'Egitto, dopo questa grande battaglià si infiacchì, i sacerdoti di Ammone riuscirono infine ad avere la meglio come fossero i predestinati, ed i territori asiatici vennero persi del tutto. I sacerdoti, successori a Ramses III acquisirono il suo nome e regnarono dal IV all'XI.
Ma fu un regno debole, vulnerabile agli attacchi e ai saccheggi esterni, in ultima instanza si decise persino di salvare le mummie regali, anch'esse in pericolo.
L'ultimo Ramses, Ramses IX, morì nel 1070 a.C. E con lui finì anche il Nuovo Regno.
Iniziò una lenta decadenza che rese progressivamente impotente l'intero Egitto e verso il 900 a.C. Questa terra passò nelle mani della Libia e più tardi nel 670 a.C. Furono i siriani ad occupare l'Egitto.
Vi fu un ultimo periodo in cui tale territorio potè dirsi indipendente, un principe locale, tale Psammetico, fondatore della XXVI dinastia riunificò il paese e trasferì la capitale a Sais, nel delta del Nilo. Questo periodo, detto saitico, durò dal 664 al 525 a.C.). Sempre Psammetico, che volle riportare l'Egitto al suo massimo splendore fece leva sui suoi abitanti affinché rimembrassero la dignità e le glorie di un regno passato.

Nonostante il regno saitico riuscì a ri-scalare dal fondo la vetta della piramide, nonostante avesse tentato di fortificare le difese del regno, i persiani (525 a.C.) abbatterono definitivamente il regno egizio riducendo la regione in una sempice provincia del loro Impero.  Ebbe così fine il Regno egizio, civiltà che visse gloriosamente per 2500 anni, ma le cui origini affondano sin dall'alba dei tempi.

LE PIRAMIDI e l'organizzazione sociale:

Una costruzione imponente come una piramide rappresentava simbolicamente l'integrità, la forza del potere amministrativo e politico egizio. Con essa si garantiva una certa stabilità e un funzionamento di una seconda piramide, questa volta concettuale, ove ai vertici vi era il faraone e via via verso la base i vari apparati componenti la società
Faraone: A partire dall'alto avevamo dunque il Faraone, egli regnava sopra l'Egitto. Il suo nome significa “colui che abita nella grande casa”. Si sosteneva che egli fosse un figlio degli dei e quindi un dio egli stesso, e con questo, per noi o per alcuni di noi sotterfugio, ma probabilmente per loro una realtà, si ricreava un certo ambiente mistico-religioso che giustificava in tutto e per tutto l'imponenza del potere che essi rappresentavano. Ogni cosa nel regno e sudditi erano da considerarsi suoi possedimenti. Essi tramandavano il loro potere ai loro figli tramite un principio politico detto di legittimità, ogni dinastia era dunque una discendenza diretta.
Sacerdoti: Essi avevano interessi nella vita religiosa, politica e culturale. Erano da considerarsi come dei latifondisti in quanto erano loro che gestivano i possedimenti delle terre. Erano i custodi del sapere e dei costumi tradizionali. La conoscenza restava e procedeva entro ed esclusivamente la casta sacerdotale che a sua volta era suddivisa per gradi gerarchici.  Alla base vi erano i sacerdoti incaricati di organizzare ed assistere le cerimonie ed i vari riti. In successione vi erano sacerdoti di maggior dignità e potere, ma al vertice vi era il primo profeta (così definito dai greci, naturalmente in epoche più tarde) il sommo sacerdote in contatto diretto con le divinità. Secondo, in termini di potere, soltanto al faraone.
Scribi: Essi erano i detentori della cultura in quel che era una società prevalentemente letterata e orale. Il possesso della cultura equivaleva al possesso del potere. Gli scribi infatti costituivano il punto di contatto tra due mondi, quello degli analfabeti appartenenti a ceti sociali più bassi ed il mondo, invece, amministrativo a cui dovevano comunque rispondere.
Al di sopra della burocrazia gestita dunque dagli scribi vi era il Visir alle dirette dipendenze del faraone. Egli era come un primo ministro ed aveva la responsabilità di tutto il corredo amministrativo.
Militari: Gli egizi erano piuttosto propensi ad un tipo di vita civile e culturale e non di tipo bellica. Così l'esercito non era di chissà quale mole, parte dei soldati egiziani erano mercenari libici o nubiani. Vi erano anche contadini che si improvvisavano tali ottenendo in cambio appezzamenti di terra da poter coltivare.
Artigiani: L'artigianato era particolarmente sviluppato e richiesto, oggi tra le più belle rappresentazioni artistiche sono anche quelle egiziane. Essi (disegnatori, pittori, architetti, restauratori) erano stipendiati direttamente dallo stato e trovavano terreno fertile nella manutenzione delle tombe regali.
Contadini: Duramente tassati erano anche tenuti ad offrire i loro servigi grauticamente ne caso in cui dovessero edificare opere di interesse pubblico o costruire tombe reali.
Schiavi: Prigionieri di guerra o stranieri venduti al mercato degli schiavi. Provenivano soprattutto dalla nubia. Impiegati per i lavori più faticosi non avevano diritti.







 

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categoria:civiltà egizia
martedì, 08 settembre 2009
Questo articolo, che a "Sumeri e Accadi" sarà collegato, riprende dagli amorrei che conquistarono infine il territorio mesopotamico governato dagli accadi. Gli amorrei qui vi fondarono Babilonia ed intorno al 2000 a.C. tale città cominciò a svilupparsi diventando in breve tempo capitale politica e culturale.
Attorno al 1700 a.C. il sovrano Hammurabi espanse il proprio territorio creando un'intesa tra città diverse della stessa regione.
E' importante ricordare il codice di Hammurabi ritrovato a Susa nel 1901 e custodito oggi al museo del Louvre a Parigi. Con questo codice si garantiva al potere statale un funzionamento ideale. Qui vi erano raccolte una serie di sentenze con cui era più gestibile il giudizio da parte dei re nei confronti di certe controversie riconducibili a tutti i ceti componenti la società. Tali leggi erano strutturate però non in modo imparziale, la legge non era uguale per tutti, ma garantiva ad un certo ceto maggior tutela nei confronti dei ceti più bassi. Per fare alcuni esempi, tra persone dello stesso rango vigeva la legge del taglione, se qualcuno avesse reso cieco da un occhio un uomo, l'uomo avrebbe avuto tutto il diritto di rendere cieco l'autore della male fatta (accidentale o meno che fosse), ma nel caso in cui fosse stato un povero a subire un torto, da parte di un componente della classe superiore, esso non avrebbe avuto diritti di reclamo.
Tali classi erano in tutto tre, gli awilum (uomini liberi proprietari terrieri, probabilmente ereditari di regni del passato, ed altri privilegiati acquisitori di terre). I mus-kenum (a metà tra gli awilum e gli schiavi, essi offrivano manodopera in cambio di protezione) Ed infine i wardum (schiavi che potevano essere liberati).

Dopo la morte di Hammurabi l'impero babilonese andò in declino e contemporaneamente prosperavano certi popoli circostanti. Tra questi chi si mosse furono gli hurriti e i cassiti che a metà del XVIII a.C. invasero la Mesopotamia. Gli hurriti si stanziarono nella zona alta della Mesopotamia ed i cassiti nei pressi della città di mari che in passato venne distrutta dal sovrano Hammurabi.

In questa che è una descrizione delle circostanze (in evoluzione) di quel periodo fecero la loro comparsa gli indoeuropei che si stanziarono col tempo nella zona dell'Anatolia. Essi impiegavano l'utilizzo del cavallo, utilizzo che, a parte gli hurriti e i cassiti, nessun'altra popolazione, tra quelle sin'ora citate, contemplava.
Oltre ad utilizzare i cavalli queste popolazioni conoscevano il ferro, dunque la loro potenza in battaglia era nettamente superiore a quella degli altri popoli. Tali popoli ormai insediati in Anatolia erano gli hittiti. Scelsero un luogo protetto dalle montagne per proliferare, qui incontrarono il vantaggio della protezione che la condizione geologica circostante offriva loro, catene montuose e boschi.
Inoltre questi boschi offrivano legna pregiata che altri paesi dovevano invece importare. Erano insomma avvantaggiati sotto molti aspetti; dai del ferro a chi conosce l'utilizzo del ferro, della legna, dei cavalli ad un unico popolo e ottieni una potenza incontestabile. Riguardo al ferro basti pensare cosa succede a due spade, una di, appunto, ferro l'altra di bronzo, quando si scontrano.
Inoltre essi si distinguono dal popolo dall'impero di Hammurabi, i babilonesi, per un passo evolutivo nei confronti dell'applicazione della legge.
La legge del taglione qui non era applicata, solo ammende pecuniarie piuttosto che violente.
Il re, primus inter pares, non incarnava in se figure divine, era un popolo che credeva sì agli dei, ma queste figure non svolgevano un ruolo predominante nella vita degli uomini come per gli altri imperi. Qui la figura dell'uomo che impera è più laica e comprende più l'uomo. 
Un'assemblea costituita, chiamata Pankus, aveva il potere di eleggere nuovi re e di attivarsi nelle decisioni riguardanti il regno. Nell'anno 1650 a.C. il re Labarna fondò uno stato unitario e stabilì la capitale ad Hattuas (sempre in Anatolia). Nell 1600 a.C. due re (Khattushili e Murshili) conquistarono molte terre in Mesopotamia sino in Siria. Essi diedero origine ad un nuovo grande impero.

Come descrissi alla fine dell'articolo precedente, citato e riportato in un link appena all'inizio di questo articolo, la mesopotamia fu governata a partire dai sumeri da tante altri popoli, ed anche questa volta gli hittiti cederanno il passo ad un nuovo popolo. E' la volta dei mitanni, una popolazione nata dalla fusione di hurriti (quella popolazione che si stanziò nell'alta Mesopotamia,  insieme ai Cassiti nelle zone intermedie, e agli indoeuropei che in contemporanea si insediavano in Anatolia) con tribù indoeuropee.

Dopo il 1500 a.C. il re Telipinu ristabilì il regno hittita che in seguito con Shuppiluliuma (1380-1346 a.C.) sottrasse il territorio ai mitanni e si impadronì di tutta la Siria settentrionale arrivando (dall'altra parte) sino in Libano e sino a contrastare con gli egizi.

Gli egizi tentarono così un contrattacco, la battaglia decisiva fu combattuta da Ramses II (popolo egizio) e il re Murawatalli (popolo hittita) nel territorio del Qadesh. In questa battaglia che parrebbe aver avuto la meglio per gli egiziani venne stilato un trattato di pace nel quale ognuno dei due popoli offriva la propria alleanza in casi di attacchi da parte di terzi. Di questi trattati sono stati ritrovati sia la versione redatta in geroglifico che quella redatta in accadico.

La meglio sugli hittiti la ebbero invece i popoli dei mari attorno al 1200 a.C.
Tali popoli erano stanziati in diverse terre dell'Egeo, la loro ondata non travolse i soli hittiti, ma gli egizi e l'aria siriana-palestinese. Ancora una volta il mondo sta per cambiare.

Nell'immagine la stele (alta più di due metri)
dove è trascritto con caratteri cuneiformi
il codice di Hammurabi

  
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categoria:babilonesi e hittiti
mercoledì, 02 settembre 2009

La prima civiltà umana, ovvero il primo insediamento fiorente, parrebbe aver trovato clima e ambiente favorevole in mesopotamia.
Nella così definita "mezzaluna fertile", ove vi scorrevano il tigri e l'eufrate; la civiltà sumera prospera sino a segnare un confine tra preistoria e storia, confine identificato dalla nascita della scrittura (3.200 a.c.).
Tale confine non è assolutamente imponderato (pur se parrebbe quasi che arrivati da un percorso attraversante l'intera preistoria ad un certo punto l'uomo si trovi a varcare un confine dove su un cartello d'accoglienza vi è scritto STORIA).

Riassuntivamente questa distinzione indica un cambiamento radicale. L'uomo avrà l'opportunità di salvare i file delle nozioni apprese, delle prodezze della vita dell'individuo, le gesta eroiche, le storie, le credenze religiose, documenti amministrativi, contratti, conteggi nel proprio hard-rock... Non tramanderà più oralmente le varie informazioni, la memoria non sarà più esclusivamente locale, essa sarà fissa, impressa sulla pietra. Immutabile rispetto all'alterabilità di cui un'informazione è vittima dato il passaggio di essa da un uomo ad un altro.

Un evidente accelerazione del progresso dunque avverrà... dove l'informazione può cominciare a circolare entro i confini dei grandi regni, ove il pensiero fissato sulla roccia non sfumerà al passare dei chilometri di quel messaggero inviato da chissà dove per chissà quale motivo.
Eccoci poter definire storia ciò che ci viene documentato da reperti scritti, esprimenti cioè concetti non più interpretabili dalle sole raffigurazioni.

Ecco la prima e vera società, quella dei sumeri, una costellazione di città-stato autonome.
A presiedere al potere centrale di questa civiltà vi era un re-sacerdote, dunque un tipo di società teocratica ove la politica stringeva la mano alla religione; questa intesa amministrava a partire dall'organizzazione del lavoro sino all'istruzione di medici, scribi, architetti e astronomi.
Il potere centrale risiedeva nel tempio ove, oltre ad essere un luogo di scambi e distribuzione di utensili e riserve alimentari era il centro del potere amministrativo e luogo di custodia delle derrate.
Tali derrate erano il prodotto delle terre coltivate dai contadini le cui terre erano state precedentemente distribuite dagli stessi sacerdoti.

Non passò molto che la società sumera venne conquistata dagli accadi. Nel 2460 a.c. le città sumeriche cedono di fronte al dominio di un unico sovrano Lugazaggesi.
Gli Accadi altro non erano che nomadi estranei alla cultura e ai confini sumeri, essenzialmente meno sviluppati dei sumeri. Cominciando con il commercializzare con essi presero man mano il sopravvento sino a fondervisi fondando un nuovo territorio e predominio.
Questo nuovo impero fu fondato dal re Sargon che in seguito ad una serie di campagne di conquiste espanse il nuovo territorio sino in Siria e al mediterraneo.

E' a questo punto che si getta nel contesto storico il primo principio di ideologia imperiale. Tale principio implica il conquistare tanti più territori di modo da annetterli ad un unico grande regno. Se una volta effettuate le conquiste fosse stato possibile mantenerle, per il re, sarebbe dunque stato possibile esercitare il proprio potere su tutto quanto il territorio (il regno).
Il tempio dunque cede il posto al palazzo del re e il sistema politico a questo punto è nettamente cambiato.

L'impero accadico non durerà per sempre, circa nel 2250 a.c. altre popolazioni nomadi (come accadde una prima volta per i sumeri con i nomadi accadi) attaccheranno l'integrità del regno accadico.  E 250 anni dopo il nuovo regno cederà ancora, questa volta, di fronte agli amorrei.
Si assiste dunque ad un ciclo di attacchi di popolazioni nomadi sempre arretrate culturalmente, ed ogni volta il regno mesopotamico, nelle mani di chissà quale nuovo popolo, subirà un periodo a rischio per poi decollare economicamente sino a raggiungere un'apparente stabilità, e risubire lo stesso destino, ma da parte di altre popolazioni nomadi.



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categoria:sumeri ed accadi
martedì, 25 agosto 2009
La rivoluzione agricola consente all'uomo di stanziarsi e quindi di non dover più praticare quella vita nomade che precede questi eventi. Una vita che lo vedeva costantemente, giorno per giorno, impegnato a cacciare o raccogliere il cibo. Stanziandosi l'uomo sviluppa una vita economica basata sull'agricoltura  e l'allevamento. Al contempo ne ricava tutta una serie di vantaggi, a partire dal tempo, che gli permettono di ingegnarsi affinché ricavi il meglio da ogni aspetto della propria vita. Ad esempio sviluppa la ceramica, conseguenza all'ingegno applicato alla questione della conservazione del cibo. Con le fibre ottenibili dall'agricoltura o dall'allevamento crea indumenti che rivoluzionano il modo di vestire con pellicce animali. Sviluppa quindi la filatura e la tessitura.
Venne intensificata l'attività peschereccia, si ricavarono imbarcazioni da tronchi d'albero scavati appositamente. Si applicarono i primi utilizzi del metallo, inizialmente del rame, e successivamente l'uomo ingegnandosi anche in questo creò le prime leghe, come ad esempio il bronzo (una lega tra rame e stagno). L'età del bronzo è un esempio di come gli storici classificano le diverse epoche preistoriche o storiche, in questo caso di un periodo riferentesi allo sbarco dell'era neolitica (8.000 - 3.000 a.c.) verso una nuova epoca.
Tutte queste, ed altre rivoluzioni, all'interno di una tipologia di vita sedentaria, guidarono l'uomo verso un'ulteriore evoluzione, egli sviluppò infatti le prime città.
Le prime, come ad esempio Gerico o Catal Huyuk, mostrano un'architettura abbastanza regolare, non contraddistinta da luoghi di culto o di governo come potrebbe essere un attuale municipio, un mediavale castello, o un antico tempio.
Con la divisione del lavoro all'interno di queste prime rudimentali città ogni uomo acquisirà un proprio ruolo, questa nuova realtà favorirà uno spartimento ineguale delle ricchezze (più di interesse ad esempio per uomini di intelletto che di semplici lavoratori); in tal modo si delineerà una classe dirigente e la città verrà dunque governata e da una minoranza di specialisti del potere.
Re, sacerdoti, soldati... Si crea dunque una gerarchia che oltretutto renda difficile il passaggio di un uomo di una certa classe ad un'altra. Si creano dunque le prime aristocrazie.
Una realtà su cui non è difficile rispecchiarsi tutt'oggi.

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categoria:le prime aristocrazie
venerdì, 21 agosto 2009
Tutti gli esseri viventi dipendono gli uni dagli altri.; forse sino al giorno in cui gli elementi essenziali al sostentamento della vita non saranno riprodotti artificialmente dall'uomo da elementi non viventi, ( cioè non organici, e mi riferisco ad essenzialità come ossigeno, cibo, acqua, calore, e materiali non organici), non ci si dovrà porre simili questioni.
Inoltre sarebbe vita fine a se stessa, perché altrimenti rispettando questo principio di non dipendenza l'uomo e la donna, avendo un bisogno reciproco per la riproduzione, pur se la fecondazione la si dovesse effettuare in vitro, non garantirebbero la succesione della propria specie.
Allo stesso modo le specie ermafrodite dipenderebbero comunque dai progenitori. E così anche per tutte le altre forme di vita la cui riproduzione dipende da più, o dalla stessa entità.
Di per se un concetto inverosimile, perché, per quanto l'uomo possa isolare le proprie dipendenze nei confronti dell'intera natura sino ad annullarle del tutto egli stesso sarebbe un essere pluricellulare, dipendente quindi dalle forme di vita ad esso appartenenti, presenti sul suo corpo. Per non parlare del cibo che si dovrebbe creare artificialmente che precederebbe questo dato di fatto. L'esistenza di questo fantasioso nutriente esisterà magari non grazie ad elementi organici, ma dalla combinazione di certi minerali e metalli base, ma ciò che ne risulterà sarà comunque un elemento organico.
Il ciclo della vita è ben articolato, a tal punto da essere indispensabile per tutte le specie viventi. L'uomo in quanto essere pensante ed emotivo potrebbe comunque vivere isolato dalla società, come quel certo Timone di Atene (personaggio greco noto per il carattere solitario e burbero), ma non potrebbe assolutamente non dipendere dalla natura. Ed ecco perché "la natura non ama affatto l'isolamento".
E Lelio, il personaggio di Marco Tullio Cicerone in "L'Amicizia", e che cita le esatte parole sopra riportate, pur se accosta a queste dipendenze reciproche la parola amicizia, pare aver colto in ciò un ben importante valore umano. E qui mi permetto di concludere con un osservazione più cinica "...piuttosto che il parassitismo, o meglio, ciò che obbliga un vivente a trovare appoggio in un altro".

Daniele Cocice
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categoria:natura non ama isolamento
domenica, 02 agosto 2009
"Attraverso i criteri di divisibilità cerchiamo di capire per quanto è divisibile un numero. Se tale numero non trova riscontri tra i criteri di divisibilità sarà esso divisibile per se stesso. Esso è infatti un numero primo.
Se un numero, dunque, non sarà divisibile per 2, 3, 4, 5, 11, 25, 10 e tutte le potenze di 10 sarà di conseguenza un numero primo". FALSO!

Questa mia affermazione, in seguito ai miei studi e ad un confronto con un amico, si è rilevata infatti falsa. Difatti il numero 91 (per fare un esempio) "non risponde a nessuno dei criteri di divisibilità"1 da me indicati, e al contempo non è un numero primo; la fattorizzazione di 91, è infatti, 7*13.
Ciò dimostra che i criteri di divisibilità altro non sono che scorciatoie per individuare la divisibilità di un numero dato, non sempre applicabile a tutti i numeri che non siano primi.
Per puntualizzare esistono altri criteri di divisibilità, ma ciò nonostante non soddisfano la regola da me teorizzata.
"sono degli algoritmi che permettono di verificare la divisibilità di un numero per un fattore senza eseguire la divisione esplicita."

Per approfondimenti: Criteri di divisibilità

1 il corsivo è di thisend



Daniele Cocice
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categoria:studium der mathematik i